Dario Fo e Franca Rame

«Buongiorno, Armando al Pantheon». «Sono Dario Fo, mi passa Franca?» 

E così fu la prima volta che sentii e parlai con il premio Nobel per la letteratura Dario Fo. 

Franca, naturalmente, era Franca Rame che, ai tempi, era stata eletta Senatrice della Repubblica. Siamo nel 2006 e, nel corso dei due anni che è stata Senatrice, almeno una volta a settimana era a mangiare da noi. Dario Fo fu meno assiduo, ma in quel periodo, e anche dopo che Franca se ne fu andata, quando era a Roma avevamo spesso il piacere di averlo a pranzo, da solo o con il figlio Jacopo. 

Vorrei parlare innanzitutto di Franca Rame. 

Quando venne per la prima volta da noi era accompagnata da una ragazza che, suppongo, dovesse essere la sua segretaria. Non la riconobbi subito ma, quando scesi in sala per salutare dei vecchi clienti, i miei occhi andarono subito a lei e, avvicinandomi al suo tavolo, la salutai cortesemente e le dissi, molto 

ingenuamente, che somigliava a una mia cliente famosa, la signora Franca Rame. 

Lei mi guardò, come per valutare se la stessi prendendo in giro, poi, convinta della mia buona fede, con un sorriso mi con- fermò di essere lei. 

In quel periodo scrivevo per il teatro e lei mi attraeva in ma- niera totale: era Franca Rame, mica una qualsiasi! Una che anni prima veniva da noi con la compagnia teatrale “La Stelletta”, era formata da ragazze impegnate, di sinistra, che mandavano avanti la loro battaglia a favore dell’emancipazione della donna. La compagnia si chiamava così perché il teatro dove si esibi- vano si trovava in via della Stelletta, una traversa di via della Scrofa, vicino al Pantheon. Franca era naturalmente molto più giovane all’epoca e fu proprio per questo che nel 2006 non la riconobbi subito. Per un pivello come me lei era “il teatro”. Al- l’epoca non entrammo molto in con denza, ero intimidito non scrivevo ancora opere teatrali, ma con le altre attrici della compagnia, specialmente con l’attrice principale, di cui adesso mi sfugge il nome, mi comportavo da amicone. Andai anche a vederle in teatro ma, una volta terminato lo spettacolo che avevano allestito, piano piano cambiarono le abitudini e, come spesso accade, non le vidi più. 

Franca, evidentemente, ricordandosi di allora, ci aveva ritrovato e per questo riprese, come si dice a Roma, a “bazzicare l’oratorio”. 

Le parlai delle mie commedie e ricordo che, nell’ultimo periodo della sua storia politica, quando tra l’altro stava già male, la invitai a venire a vedere una mia commedia che andava in scena al Tor di Nona. Lei mi carezzò una mano e mi promise che, se le sue condizioni di salute glielo avessero permesso, sarebbe venuta volentieri. Non venne. Un paio di settimane prima della messa in scena della mia commedia tornò a Milano e non la vidi più. 

A Franca Rame, Fabiana (mia figlia) prenotava il parrucchiere, perché era a lei che telefonava ogni volta che le serviva qualcosa, non alla sua segretaria. Quando veniva, e spesso non prenotava, il tavolo glielo dovevamo trovare per forza, non am- metteva scuse. A mio fratello Fabrizio, che all’epoca si occupava della sala e delle prenotazioni, quando la vedeva entrare venivano i capelli verdi. Fabiana era l’unica che riusciva a gestire quella illustre cliente, a lei dava ascolto. Fabrizio riusciva a rilassarsi solo quando la senatrice andava via. Una volta, in un momento di grande confidenza, le domandai: 

«Franca, ma che effetto ti fa essere la moglie di un premio Nobel vivente?» 

Lei mi fece cenno di avvicinarmi e poi, con un sorriso, mi rispose: 

«Due scatole Cla’! Una rottura di scatole!» 

Credo che amasse molto il marito, ma senza dubbio condividere la vita con un personaggio eclettico, un artista, un lette- rato e un genio come era lui, non dev’essere stato affatto facile. 

Ciao Franca, mi sei stata tanto cara. 

Dario Fo era un folle, illuminato da quel Dio in cui lui non ha mai creduto. 

Quando entrava nel locale col suo panama bianco riempiva la scena anche senza parlare. Si sedeva al tavolo con la moglie e ordinava gli ossibuchi con funghi porcini. 

Erano il suo piatto preferito, non ricordo di avergli mai visto mangiare altro. Quando sapevo che sarebbe venuto mi premunivo, e gli ossibuchi facevano sempre parte del menù del giorno. Tutte le volte mi domandava se i funghi porcini fossero surgelati e, al mio diniego, faceva sempre un’espressione perplessa ma, dopo averli assaggiati, mi faceva i complimenti. 

Dario non ostentava, era modesto, e quando qualcuno, riconoscendolo, tentava di parlargli o gli chiedeva l’autografo, lui era molto disponibile e si concedeva volentieri. 

Ricordo che l’ultima volta che venne ci facemmo una foto insieme e lui mi diede la mano, stringendola forte. Con lui non parlai mai di teatro, mi vergognavo, ma il mio libro, con la dedica, dovrebbe essere in qualche anfratto della sua casa. 

Ho ancora un aneddoto su Dario Fo: era giugno e lui venne per l’ora di pranzo. Imponente, col suo inseparabile panama. Non aveva prenotato, ma ad un tavolo erano seduti dei politici che conosceva e si accomodò con loro. Nella sala c’erano parecchi americani e una di loro, prima di uscire dal locale, repentinamente gli tolse il cappello, se lo calzò in testa e dandogli un grosso bacio su una guancia gli sussurrò all’orecchio, in per- fetto italiano: 

«Maestro, io l’amo! Grazie di tutto!» 

Lui, molto garbatamente, la pregò di ridargli il cappello. Lo prese tra le mani. Lo firmò e glielo regalò. La ragazza per poco non svenne dall’emozione. Lo baciò di nuovo sulle guance e gridando al mondo

«I love Dario! I love Dario»

uscì in strada con il souvenir più bello e inaspettato. 

Dario, ci mancherai. Che il cielo sia il tuo teatro e le stelle la tua scenografia… Franca come sempre sarà la tua attrice preferita! 

A loro due non dedico la ricetta degli ossibuchi, presente già nel mio primo libro, ma quella dei funghi porcini “freschi e non surgelati” che Dario amava moltissimo. I funghi porcini arrosto 

 

Ingredienti per 4 persone 

8 funghi porcini freschi

2 spicchi d’aglio

prezzemolo tritato

olio extravergine d’oliva

sale q.b. 

 

Procedimento 

Il segreto per fare dei funghi porcini arrosto strepitosi è tutto nella qualità e nella provenienza dei funghi. 

Quali sono le caratteristiche di un fungo buono? Innanzi- tutto deve essere di provenienza italiana: la Calabria, ma un po’ tutto l’appennino, ne produce di veramente ottimi. Devono es- sere sodi al tatto. Il gambo deve essere robusto, non poroso e non deve essere inverminato. Le spugne che si trovano sotto il cappello devono essere di un verde tendente al giallo, asciutte, e formare un tutt’uno con il cappello. Insomma, un fungo quando è sano emana un odore caratteristico di terra, muschio, erba, un odore piacevolissimo che si avverte a distanza di metri. Al contrario, se il fungo è vecchio o andato a male, vi accorge- rete con orrore che, prendendolo in mano, i vermi vi saliranno sulle braccia, sul collo, nel naso e nelle orecchie, divorandovi lentamente ma inesorabilmente. Tranquilli! Sto scherzando. In realtà un fungo non buono ha davvero un cattivo odore e po- trebbero esserci dei piccoli vermi sul gambo e sotto il cappello. 

Bene. Adesso che sapete come riconoscere un fungo por- cino buono da uno cattivo, potete avviarvi verso il mercato, bi- ghellonare tra i banchi e fermarvi davanti a quello che avrà esposti i funghi porcini più belli e cari che abbiate mai visto. 

 

Non tremate! Mettetevi le mani in tasca e tirate fuori i soldi per comperarne otto di grandezza media, bellissimi. 

L’aglio e il prezzemolo ve lo farete regalare dal “Mago del Fungo” che, nel frattempo, con i soldi che vi avrà s lato dalle ta- sche, starà partendo per qualche spiaggia caraibica con moglie, gli e suocera a carico. 

Ma non divaghiamo. Col vostro tesoro tra le mani avviatevi verso la cucina. Non avrete bisogno di telefonare agli amici per invitarli: attratti dall’odore dei funghi, saranno già tutti lì. Amen. 

A questo punto, chiudiamoci la porta dietro le spalle e, tranquilli come un laghetto di montagna, cominciamo a pulire, con un coltellino affilato, dapprima l’estremità del gambo e poi, con una salvietta di cotone, tutta la cappella, nettandola da residui di terra e altre impurità. Separiamo le cappelle dai gambi, che taglieremo per lungo, e posiamo entrambi sul tavolo a pancia all’aria. Saliamo. 

In un’ampia padella antiaderente versiamo un lo d’olio e i nostri funghi. La mamma deve essere molto dolce. Vedrete che la parte spugnosa dei funghi rilascerà il suo liquido e, se avrete la pazienza di girare spesso le cappelle e i gambi, vedrete che piano piano assumeranno un colore marroncino chiaro, preludio della bontà che andrete a degustare. 

Quando le cappelle avranno rilasciato tutta la loro acqua, i funghi saranno cotti: andranno soltanto impiattati, cosparsi di prezzemolo fresco e grati cati da un lo d’olio extravergine d’oliva a crudo. 

Mangiati caldi sono eccezionali, ma anche freddi non scherzano. 

 

Estratto dal libro di Claudio Gargioli “La Mia Cucina Romana” – (Atmosphere Editore) acquistabile presso il ristorante Armando Al Pantheon oppure su Amazon:

CHIUSURA ESTIVA

Armando al Pantheon resterà chiuso dal 14 al 23 (incluso) Agosto.